📌𝐁𝐥𝐨𝐠 𝐝𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥-𝐬𝐞𝐦𝐩𝐞𝐫𝐞𝟏 © 𝟐𝟎𝟐𝟓 𝐝𝐢 𝐂𝐞𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐆𝐧𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐢𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐂𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐨𝐧𝐬 - 𝐂𝐂 𝐁𝐘-𝐍𝐂 𝟒.𝟎

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Meta nel mirino: la raccolta dati per l'addestramento dell'IA

di Daniel Sempere

Meta (l'impresa tecnologica statunitense di Mark Zuckerberg, che controlla i servizi di rete sociale Facebook e Instagram,  di messaggistica istantanea WhatsApp e Messenger) continua a suscitare dibattiti accesi, soprattutto dopo che l'azienda ha dichiarato che "la raccolta  dati per l'addestramento dell'intelligenza artificiale, rientra in una normale prassi d'interesse e sviluppo"
                                                                                Secondo Meta...
"tale raccolta consentirebbe agli utenti di evitare di partecipare attivamente all'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale "  (🤔?).
Sì lo so, sembra una supercazzola del Conte Mascetti.
Tuttavia, la NOYB (None of Your Business), l'ONG  che si occupa dell'applicazione delle leggi sulla protezione dei dati, ha sollevato questioni importanti, sostenendo che Meta avrebbe dovuto richiedere esplicitamente il consenso degli utenti per utilizzare le info.
In un contesto normativo europeo, che si dichiara  attento alla privacy, la questione è stata finalmente rimandata ai regolatori nazionali dall'Unione Europea. 
Di conseguenza, il Dipartimento della Protezione dei Dati (DPC responsabile della vigilanza su Meta) ha chiesto l'intervento del Comitato europeo per la protezione della privacy, dando il via a una serie di valutazioni critiche rispetto alla legittimità della raccolta dati per fini di addestramento dell'IA.
Per stabilire se l'interesse di Meta sia veramente legittimo, le autorità di regolamentazione dovranno esaminare attentamente se tale interesse possa considerarsi lecito e non un mero esercizio speculativo. 
Nel frattempo Meta sembra aver dribblato le obiezioni fondamentali sollevate dalla NOYB, riguardanti le modalità di opt-in, nel caso in cui l'utente debba  scegliere se ricevere qualcosa (come accade con le iscrizioni alle newsletter), e le modalità opt-out , nel caso in cui l'utente venga incluso suo malgrado in "qualcosa", a meno che non scelga di  disattivare un servizio (opzione spesso nascosta e poco visibile).
L’azienda ha risposto che in futuro:
"...invierà notifiche via email o attraverso la propria piattaforma, contenenti un link a un modulo di obiezione relativo all'addestramento dell'IA."
Permangono ovviamente dubbi su quanto tali moduli di obiezione possano differire da quelli precedenti e sulla corretta visualizzazione delle opzioni.
Dubbi che lasciano spazio a legittime perplessità. 
Ammettiamolo, quante volte ci è sfuggita una di queste note opt-in e opt-out, soprattutto se scritte in lingua straniera?
Sembrano create apposta per eludere la nostra privacy.
La preoccupazione più grande è che l'Unione Europea potrebbe ritrovarsi con un modello di intelligenza artificiale addestrato su contenuti non sempre banali (quali immagini di animali, cibo, ecc...) ma, piuttosto, di informazioni ben più delicate (quali opinioni politiche o dettagli della vita privata degli utenti. 
La sfida resta quindi aperta: come conciliare l’innovazione tecnologica con il legittimo diritto alla privacy dei cittadini europei?
Se questo "potenziale" finisse nelle mani sbagliate (di una Von der Pippen, giusto per trarne un esempio), la nostra sfera privata e la nostra libertà sarebbero seriamente in pericolo...


Non importa chi voti, i politici non ti rappresentano

di Daniel Sempere

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, ci viene ripetuto come un mantra che il voto è un diritto sacrosanto, un'arma potente nelle mani dei cittadini.
"Guai a non votare! Gli astensionisti fanno il gioco dei poteri forti..."
Ma fermiamoci un attimo: questo assioma si basa sull'idea che i nostri rappresentanti eletti siano realmente... rappresentativi. 
E qui inizia il vero dramma della democrazia moderna. 
Parliamo di politiche pubbliche e di tassazione, come se fossero legittime, solo perché c'è un'urna nelle vicinanze; ma chi ci garantisce che i politici comprendano o intendano difendere gli interessi degli elettori?
La retorica politica è un bellissimo racconto  per adulti: “Se voti, sei rappresentato”. Davvero? 
Immaginiamo, per un momento, di scrivere una nuova definizione di rappresentanza politica. 

Potremmo anche scoprire che ciò che chiamiamo democrazia rappresentativa è in realtà una semplice competizione tra partiti per le poltrone, dove il voto è solo un accessorio.
Perchè mai avremmo in Parlamento personaggi così bizzarri e inadeguati altrimenti? 
Nella rappresentanza privata, il politico dovrebbe essere vincolato legalmente a perseguire gli interessi di un gruppo ben definito. Ma la realtà è ben diversa. 
Quali sono veramente gli interessi di un nutrito gruppo di elettori? 
È già difficile trovare un accordo tra le famiglie intorno a una tavola imbandita, figuriamoci in un contesto politico, dove si mescolano ideologie, aspirazioni e bisogni. Eppure, con una certa dose di ottimismo, possiamo supporre che per un gruppo di persone ben assortite, con interessi simili, la rappresentanza potrebbe funzionare. 
Potrebbe... ma  è qui che le cose si complicano.
Se ci concentriamo sui nostri "nobili" legislatori eletti, ci rendiamo conto che molti di loro non si considerano  rappresentanti delle preferenze popolari.
Alcuni di loro si vedono fiduciari, investiti del potere di fare “ciò che è meglio” per il proprio serbatoio elettorale, anche se questo “meglio” è solo un riflesso della loro personalissima interpretazione. 

    "Quindi, perchè perdere tempo a confrontarsi con i lettori e gli utenti dei social?           
     Non dobbiamo nulla a questi seccatori sostenitori, siamo onorevoli per meriti propri." 

Signori miei, non è proprio così; senza il nostro voto tornereste a essere dei comuni vicini di casa, a essere tormentati dai call center, a leggere gli importi delle fatture luce-gas con apprensione, a sentirvi rispondere agli sportelli:
"Mi spiace, deve prendere un appuntamento...
"La metto in lista d'attesa per l'intervento, vediamo, febbraio 2026..."
Pretendere di essere ascoltati non è solo un nostro diritto, è un dovere per chi ci rappresenta.
Se un parlamentare decide di ignorare le opinioni e il confronto con il proprio “elettorato”, in nome di una presunta “superiorità morale”, cosa rimane del concetto stesso di rappresentanza?
Mio padre, nella sua modesta carriera politica a sostegno di Craxi, mi raccontava di aver visto deputati e legislatori in crisi esistenziale, tormentarsi nel dilemma: 
Votare secondo le richieste degli elettori o seguire la mia coscienza?” 
Com'è confortante sapere che, in questo delicato conflitto  di interessi, ci sia sempre qualcuno pronto a far brillare la propria “superiorità morale” a scapito di chi gli ha dato mandato!
Nonostante tutto continuiamo a credere nella leggenda del governo “democratico e rappresentativo”. 
Questa ingenua narrativa ha coperto, con un telo intriso di menzogne e opportunismo, gli abusi di potere della nostra politica, illudendoci che la sottomissione al volere comune sia frutto di una scelta “condivisa, mediata e diplomatica”.
È tempo di liberarci di questi miti. 
Il prossimo passo? 
Un po’ di sana critica: chi vogliamo che ci rappresenti? 
E soprattutto, che ne sarà della nostra voce in un sistema che ignora le preferenze popolari in nome di "alti ideali e altri interessi" ? 
Ricordiamoci: il potere è nostro, sì, ma chi lo esercita?


Islam, sussulto antropologico

di Daniel Sempere 

In un'epoca caratterizzata da conflitti culturali e ideologici, ci troviamo di fronte a interrogativi che abbiamo evitato per troppo tempo. 
Le libertà di religione e di parola, fondamenti della nostra società democratica, non sono mai state illimitate. 
La loro esistenza è stata modellata su un presupposto essenziale: la responsabilità nel loro esercizio. 
Cosa accade quando la libertà di parola, diventa megafono per ideologie e culture che minacciano le nostre stesse istituzioni?
Accade, e lo certifica la proposta di legge del deputato del gruppo misto Aboubakar Soumahoro...
(il Gatto con gli stivali), che derive sempre più intransigenti pretendano di imporre la propria cultura e le proprie tradizioni, sovrapponendole alle  nostre, 
in ragione di una mal interprato "diritto", di cui non godono nei Paesi di origine e provenienza.
Sfida o  paradosso?
Ci etichettano come "infedeli", "fascisti", suscitando nei connazionali più puritani e ruffiani, sentimenti autolesionistici e mortificatori.
Non sono mie paranoie islamofobiche purtroppo. 
Provate a confondervi nei loro luoghi di culto, durante  la khuṭba, il sermone dell'imam
del venerdì,  un'orazione di carattere religioso, ma che spesso assume significato politico o etico.
Ma non fatevi scoprire come infiltrati... la loro tolleranza nei confronti dei curiosi e dei testimoni di verità è prossima allo zero.
Sembra di assistere a percorsi di formazione ideologica. 
In questo contesto è fondamentale comprendere che lo scontro in atto non è un semplice confronto tra culture, religioni e civiltà. 
È piuttosto un confronto tra valori fondamentali, dove l'Islam, con il suo modello di Sharia, risulta essere in forte contrasto con i principi della nostra Costituzione.
Non c'è alcuna intenzione, da parte nostra, di negare il diritto alla fede, ma è necessario riconoscerne alcune incompatibilità con le fondamenta della nostra società. 
Non possiamo permettere che le nostre libertà vengano utilizzate da chi aspira a smantellarle.  
Di fronte alla minaccia di ideologie fondamentaliste, travestite da pratiche religiose, Oriana Fallaci ebbe il coraggio di porre una verità scomoda: 
"Il problema non risiede nel terrorismo islamico in sé, ma più radicalmente nell'Islam stesso."
Questa affermazione, sebbene difficile da digerire  per molti musulmani, alimenta degli interrogativi che non possono essere ignorati.
È legittimo pensare che esista un Islam “più laico e moderato”, ma qual è la corrente prevalente oggi? 
La risposta risulta chiaramente orientata verso l'estremismo.  
Quelli che oggi si fanno "sentire" e vorrebbero riscrivere  la nostra Costituzione, sono quelli che rivendicano il rifiuto della nostra civiltà e della nostra cultura. 
Non è corretto affermare che l'Islam moderato esista come entità collettiva; esistono musulmani moderati, singoli individui, ma con visioni e pratiche totalmente disomogenee. 
La vera questione risiede nel rispetto delle differenze e nel riconoscere che l'imposizione delle proprie idee sugli altri rappresenta una mancanza di moderazione. 
L'Europa, nel tentativo di accogliere e integrare, ha perso di vista le sue radici, creando un terreno fertile per l'avanzata islamica. 
Chiudo questo editoriale ricordando le profetiche parole di Oriana Fallaci: 
"Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia»." 
È giunto il momento di ascoltare quel grido, prima che sia troppo tardi.
È assolutamente inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. 
Dobbiamo affrontare questa delicata realtà con coraggio e determinazione, per garantire che le libertà che abbiamo conquistato in decenni di battaglie e lotte sociali non vengano cancellati.
"Che Dio ci aiuti" direbbe Suor Angela :)

Sappiamo ascoltare?

di Daniel Sempere

Distolgo oggi la mia attenzione da fatti e notizie di natura politica ed economica per dedicarmi a un tema che mi sta particolarmente a cuore, come genitore, e che considero estremamente importante nel rapporto con i figli.
I giovani sono individui meravigliosi, sono serbatoio e futuro del nostro vivere, della sopravvivenza dei valori migliori.
Definirli è pressoché impossibile, appartengono a infinite sfere sociali e processi educativi, lungi da me tentare false e improbabili classificazioni.
Mi limito a considerarne alcuni aspetti sociali e culturali, partendo da quella che è la mia esperienza di genitore e docente.
Parto dalla consapevolezza di sé, in quanto competenza essenziale nella “formazione” della persona.

Quanto è importante conoscere se stessi, ricordare da dove si proviene, qual è la storia della propria famiglia...
Un giovane deve sapere come può essere in grado di incanalare i propri punti di forza e di debolezza, quando si tratta di prendere decisioni importanti nella vita: nelle amicizie, nel percorso di studi, nelle esperienze personali, nel lavoro.
Ma conoscere se stessi non è affatto scontato e non è compito esclusivo dei giovani, è compito da condividere con la famiglia e con la società.
Operazione complessa che presuppone la volontà di imparare, requisito fondamentale nella crescita dell’individuo.
È importante che i giovani facciano uso di questa opportunità in tutti gli ambiti della loro vita: nel gioco, nello sport, nello studio, nelle relazioni.
Lo studio gioca un ruolo fondamentale nel fattore di crescita e di esperienza, poiché in esso i giovani possono scoprire i propri punti di forza e i campi di esperienza più favorevoli.
Per diventare ciò che si desidera essere, è importante impegnarsi negli studi, non per il voto o per soddisfare le aspettative dei genitori, quanto per la propria crescita e autostima…
Investendo in esperienze formative, i giovani di oggi possono diventare ciò che più desiderano nella vita, senza attendere colpi di fortuna o ripiegando su compromessi di necessità.
In un mondo globalizzato, come quello attuale, migliorare il proprio spirito di indipendenza e di cooperazione può farli emergere a tutti i livelli.
È percorso virtuoso, che richiede pazienza, flessibilità e qualche sacrificio in termini di “libertà” (come direbbe mia figlia)!
D’altro canto è necessario sviluppare delle competenze per ottenere i risultati desiderati.
Capiterà spesso ai nostri figli di inciampare, di non sentirsi all’altezza; in quel caso spetta a noi, alla famiglia, alla scuola, alla società, intervenire e sostenerli.
Chi, al contrario, si sentirà troppo sicuro, tenderà a non condividere il proprio talento con gli altri, a sentirsi appagato e superiore... anche in quel caso, spetterà a noi adulti il delicato compito di fargli comprendere l’importanza della condivisione e della collaborazione, senza le quali non siamo utili a nessuno.
Ma la componente prima nella crescita personale dei nostri figli rimane l’ascolto; ascoltando impariamo a conoscere qualcosa, prima ancora di affrontarlo o di viverlo.
Non intendo l’ascoltare per ubbidire, quella è pratica che appartiene al mio personalissimo passato e che vorremmo evitare ai nostri figli.
L’insofferenza all’ascolto è un virus che si insinua nelle nostre vite, tra amici, parenti, colleghi, coniugi… non risparmia nessuno.
Dovremmo tutti ascoltare più di quanto parliamo e dovremmo trasmettere questa buona abitudine ai giovani, ma con l’esempio, non come regola, ricordandoci quanto sia importante condividere i pensieri di tutti.
C’è del personale in quanto sto scrivendo a ruota libera e, del resto, non potrebbe essere altrimenti.
Vorrei che queste mie riflessioni fossero lette e discusse insieme da genitori e figli, per completarle, arricchirle, per ascoltare e comprendere cosa ci attendiamo l’uno dall’altro.
Forse è questo il segreto del successo nel delicato rapporto genitore-figlio: l’interscambiabilità dei ruoli nel porsi all’ascolto e capire.



Dazi: Trump, è sfida al mercato globale

di Daniel Sempere

La polemica sui dazi imposti da Trump e le contromosse attivate dai Paesi Esteri mi hano spinto ad approfondire il tema, per capire quali sono gli effetti derivanti dall’innalzamento delle imposte da applicarsi ai beni di importazione.
Scopro, frugando sui principali quotidiani di economia e finanza, che alcuni Paesi come India, Argentina, Taiwan, Israele e Vietnam, hanno deciso di rispondere a tale manovra tagliando le tariffe a zero: in sostanza i loro leader hanno risposto con fiducia alle promesse di un commercio equo.
Altri, come l’Unione Europea, la Norvegia, il Sudafrica il Giappone, la Corea del Sud e l’Indonesia, dopo aver dato sfogo sui media della propria indignazione, sono ora pronti a negoziare.
Trump non è certo uno sprovveduto in materia di investimenti e finanza; se l’ha fatto è perché confida nel fatto che importanti investimenti esteri rientreranno negli USA, restituendo vigore all’economia nazionale.
Infatti… leggo che la Taiwan Semiconductor investirà 100 miliardi di dollari in moderne fabbriche di chip nello stato dell’Arizona, che frutteranno 40.000 nuovi posti di lavoro.
La giapponese Nippon Steel impegnerà 14,1 miliardi di dollari, con l'obiettivo di proteggere 14.500 posti di lavoro in sospeso.
A cascata, gli Emirati Arabi Uniti promettono investimenti per 1,4 trilioni di dollari, l'Arabia Saudita per 600 miliardi di dollari.
La SoftBank investirà 100 miliardi di dollari nel campo dell’intelligenza artificiale, che creeranno 100.000 posti di lavoro.
Lo stesso dicasi per aziende come la Hyundai e per l’apertura nello stato dell'Indiana delle officine Honda, a implementazione della produzione e delle vendite sul mercato americano. 
Forse sono io che non capisco nulla di economia e finanza, ma ritengo che la manovra fiscale proposta da Trump comporti il recupero e la creazione di innumerevoli posti di lavoro, rafforzi il mercato dell’acciaio, delle nuove tecnologie e determini importanti investimenti sul suolo statunitense.
Onorevole Borghi, la autorizzo a bacchettarmi, e a correggermi, se ritiene la mia disamina  errata o parziale.
Di sicuro chi ha delocalizzato le proprie aziende in Paesi terzi, per sfuggire alle imposte fiscali e ottenere vantaggi economici, come la riduzione dei costi di produzione, vede come fumo negli occhi questa manovra.
La Cina, giusto per citare uno dei Paesi più colpiti dalla manovra, risponde senza mezzi termini e si dichiara pronta allo scontro dei dazi con gli Stati Uniti:
"We will not accept US blackmail, fight to the end!", dichiara il premier cinese Li Qiang da Pechino.
A questo punto non mi resta che seguire le notizie di Borsa, per capire, o  tentare di capire, quali saranno le reazioni de i principali mercati finanziari nel mondo.
Mi balzano all’occhio, pur non essendo un broker, come i listini di Singapore e Indonesia, ancora intenti a formulare negoziazioni,  siano andati a picco nelle scorse ore, mentre Tokyo, che con Hyundai e Honda si è già attivata in importanti operazioni di investimento (come riportato poc’anzi), guadagnava oltre il 5 5%!
Vuoi vedere che è il cosiddetto "libero scambio" a rovinarci, distruggendo l’economia di chi opera con impegno e sacrificio nella piccola impresa?
Lo etichettavano “libero mercato”, illudendoci che fosse il  mercato della libera concorrenza, ma non è così.
È il mercato globale in cui ad arricchirsi sono le multinazionali, che vendono beni e servizi a livello globale, distruggendo le economie interne, mandando in frantumi le piccole aziende, portando marchi storici a chiudere i battenti.
Ed è proprio la pesante concorrenza del mercato cinese che ha portato alla perdita di milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti e in Europa, causando le chiusure di fabbriche e la delocalizzazione di settori strategici come l'elettronica, il tessile e l'acciaio. 
Posso sbagliarmi, ma credo che Trump stia combattendo anche per noi, recuperando la dignità di settori industriali e artigianali che finirebbero con lo scomparire.
Posso sbagliarmi, ma è probabile che anche i leader più scettici debbano ricredersi e scoprire importanti opportunità.
Nell’immediato, i prezzi dei beni di consumo potrebbero alzarsi, ma questo riallineamento globale restituirà all’Occidente un'economia più indipendente, una ripresa occupazionale e importanti investimenti esteri.

Mi rimetto, in ogni caso, al più competente giudizio
di chi più ne sa e vorrà rispondermi…

 


Passi avanti?

di Daniel Sempere

Il processo diplomatico attorno al conflitto tra Russia e Ucraina ha compiuto un passo avanti, seppur cauto e traballante. 
I recenti accordi raggiunti a Riyadh rappresentano il risultato più significativo, anche se, per alcuni, si tratta semplicemente di  un abbozzo diplomatico. 
Gli scettici non mancano di sottolineare che queste intese sono prive di garanzie certe. Insomma, Russia, Stati Uniti e Ucraina continuano a navigare in un mare di ambiguità, usando linguaggi diversi quasi come se stessero partecipando a un gioco di prestigio.
Come dare torto ai pessimisti? 
La posizione di Mosca è piuttosto comoda: la situazione militare è decisamente a favore della Russia. 
Ma attenzione! 
Nonostante ciò, ci si può chiedere se questo processo attendista non nasconda rischi insidiosi. 
Qui entra in scena Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti che, a differenza dei suoi predecessori, ha una visione della politica estera meno burocratica; il Tycoon desidera trovare un accordo (come promesso in campagna elettorale) e  realizzarlo  in fretta. 
Se i segnali di un cessate il fuoco non diventano evidenti, potremmo trovarci di fronte a un Trump impaziente, pronto a voltare le spalle al processo di pace e, in tal caso, potremmo dire addio alla possibilità di un vertice tra Stati Uniti e Russia!
Recentemente Trump ha espresso la sua percezione di una Russia che ama tergiversare e, se l’amministrazione americana dovesse convincersi che Mosca sta  perdendo tempo, i progetti di distensione potrebbero subire un brusco arresto. 
È uno scenario che farebbe esultare gli oppositori della pace, con la speranza che il processo diplomatico si frantumi.
Dunque, un cessate il fuoco "forzato" potrebbe risultare un conflitto congelato,  pronto a riaccendersi alla prima scintilla
Situazione di stallo, che creerebbe un'inusitata suspense geopolitica. 
Washington punta a un cessate il fuoco entro Pasqua ma, con tutto l'ottimismo del mondo, questa  scadenza risulta a dir poco ambiziosa.


Un vera, grande opportunità potrebbe arrivare con il St. Petersburg International Economic Forum di giugno. 
Con la possibile presenza di potenti dirigenti americani e funzionari di alto profilo a livello globale, la Russia avrà un palcoscenico ideale per mostrare eventuali progressi, e chissà, potremmo assistere a un'apparizione a effetto di Trump a San Pietroburgo!
Se c'azzecco voglio i vostri complimenti questa volta 😉!
Dite la verità,  chi non vorrebbe vedere il Tycoon incontrare Vladimir Putin a San Pietroburgo  al tavolo della pace?
La diplomazia, dopo tutto, è anche un gioco di abilità e tempismo. 
Rimanete sintonizzati!

I tromboni del Green

di Daniel Sempere

Peccato che Donald Trump sia Presidente degli Stati Uniti d’America e non della Commissione Europea.
Da quando il Partito Repubblicano statunitense è tornato alla Casa Bianca molte cose sono cambiate.
Nuove riforme  regolative stanno agendo su tagli fiscali e sicurezza,  in risposta a condivise preoccupazioni, che riguardano soprattutto l’immigrazione e l’odioso “Affordable Care Act” (Obamacare).
É totalmente cambiato l'approccio diplomatico in campo internazionale, nelle relazioni con la NATO, nei confronti della Russia e della stessa Unione Europea.
Sono emersi nuovi input a sostegno delle politiche fiscali, inserendo  correttivi di natura protezionistica in ambito commerciale.
É ripresa a pieno ritmo l'attività diplomatica, andando a modificare il proprio ruolo nel panorama geopolitico internazionale in favore della PACE, a partire dalla riduzione del proprio supporto  logistico e militare nel conflitto in Ucraina.


Un vero e proprio tornado si è abbattuto sulle élite, facenti parte della ristretta cerchia del WEF (World Economic Forum), del NWO (New World Order) e del Green Deal (l’ardito progetto globalista che intendeva imporre le regole del cambiamento climatico entro il 2030).
L’obbligo, condiviso da decine di Paesi Occidentali, avrebbe imposto un vero e proprio golpe bianco in favore delle multinazionali e degli uomini più potenti del pianeta.
Il profumo del profitto, derivante dagli obblighi di legge sulle regole per il controllo dell’emissione di CO2, aveva scatenato l'assillante propaganda della politica, dell’industria e dei mercati finanziari (un esercito di tromboni, mosso a favore della diversificazione produttiva e regolativa dei trasporti pubblici, delle auto elettriche, dei rifiuti, del cibo alternativo e delle energie rinnovabili).
In poche ore dal suo insediamento Trump ha firmato numerosi ordini esecutivi, ha dato il via a una delle più significative inversioni politiche dell'era moderna.
Secondo alcune fonti ben informate, gli USA si ritireranno dai loro ingenti impegni finanziari nei confronti di Paesi come Indonesia e Vietnam, la cui dipendenza dal carbone è vincolante.
Trump intende rinunciare a misure di controllo della qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo?
Niente affatto, nonostante la campagna diffamatoria avviata da democratici e ambientalisti.
Trump intende eliminare tutti quei vincoli assurdi che favoriscono le élite della green-economy, proponendo l’energia geotermica come opzione  alternativa.
Negli ordini esecutivi firmati nel gennaio 2025 ha inserito serie proposte in favore del progresso energetico, includendo l'energia geotermica come energia rinnovabile a costo zero.
Le forme emergenti di geotermia utilizzano dei combustibili fossili per generare energia, senza produrre inquinamento atmosferico, qualcosa in cui le società più serie stanno investendo milioni, evitando di rivolgersi  alla politica per imporre vincoli sugli stili di vita dei cittadini.

Un duro colpo per i tromboni ambientalisti!

La geotermia non ha ancora raggiunto un grado di sfruttamento tale da sostituire l’energia tradizionale, ma il futuro è suo, come lo è l’energia solare, a patto che non deturpi l’ambiente con mostri eolici e pannelli lunari.
Tutto questo, se ben condotto e sfruttato, potrebbe migliorare la qualità della vita di tutti noi e fermare l'aumento dei prezzi di elettricità e carburanti, senza ingabbiarci in assurde schiavitù ambientaliste.
Opinionisti e scienziati bipartisan sostengono questo progetto, come riporta un recente rapporto dell'Agenzia Internazionale per l'Energia.
La Terra, ci insegnano scienziati più autorevoli, funziona come un enorme reattore nucleare: genera più calore di quanto l'umanità potrebbe mai raccogliere.
Sfruttare anche una piccola parte di questa energia sarebbe sufficiente a soddisfare la domanda globale di energia ed elettricità.
Dovremmo seguire l’esempio della nuova politica di Trump e dare un calcio ai vecchi tromboni della politica, che millantano svolte ecologiste; è strategia dei potenti e della politica di basso livello, per distrarre la massa da problemi imminenti e ben più seri, come la pace e la crescente emergenza immigratoria.
È scandaloso sentire i burocrati di Bruxelles parlare di riarmo e potenziamento dell’arsenale nucleare, per poi  imporci una drastica riduzione delle emissioni di CO.
È evidente che il new green deal, sponsorizzato da governi e politici ammanicati, è un affare per pochi, ma molto, molto redditizio.
Rispondiamo ai tromboni ambientalisti con  proposte più sensate,  come quelle avanzate dall’amministrazione Trump all'Agenzia Internazionale per l'Energia, adottando soluzioni  e iniziative che vadano  a vantaggio di tutti e non di pochi.


PARANOIE

di Daniel Sempere

L'Unione Europea si trova nel bel mezzo di un cambiamento semantico che riflette una crescente ansia di fronte alle sfide geopolitiche. 
Le forze di peacekeeping sono ora presentate come "forza di rassicurazione", il riarmo viene ribattezzato "prontezza" e i cittadini sono incoraggiati a fare scorte di emergenza!


Questa strategia di marketing bellico, apparentemente innocua, potrebbe rivelare le fragilità sottostanti dell'Europa di fronte al conflitto in Ucraina.
Il primo segnale dell’urgente necessità di riorganizzare la narrazione militare è emerso con il piano di spesa per la difesa da 800 miliardi di euro, inizialmente definito
"ReArm Europe" dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Pippen
Etichetta che non ha avuto successo, probabilmente perché gli europei sono disorientati dalla mancanza di finanziamenti per le questioni sociali, mentre si assiste a un'ondata di investimenti nell'industria delle armi.
La rielaborazione del termine in "Readiness 2030" solleva più di un  interrogativo.
Perché proprio il 2030? 
Quale implicito collegamento può esistere tra le  "filantropicihe" finalità  dell'Agenda 2030 e le missioni di pacekeeping ?
Ricordate l'obiettivo n° 16 posto in agenda? 
                                     👇
Diabolico, vero? 
Quando mi rifiutavo di proporre queste assurdità nel mio piano di studi docente, si era portati a pensare che fossi un complottista... 
Questo numero magico (2030), sembra essere il frutto di calcoli effettuati da agenzie di intelligence europee (attenzione: in particolare quella tedesca), che hanno identificato questa data come un periodo in cui la Russia potrebbe intensificare il suo intervento in Europa. 
Le stesse agenzie che, con una certa preoccupazione, hanno concluso che l'UE potrebbe diventare un bersaglio facile per azioni disperate, a fronte di un'economia in declino. 
Un chiaro esempio di questo approccio è la recente proposta francese di incoraggiare i cittadini a investire almeno 500 euro dei loro risparmi personali per cinque anni, al fine di sostenere crescenti spese militari che sovrastano quelle sociali.
La decisione di fissare al 2030 un orizzonte temporale per tali misure, non sembra  un puro esercizio di pianificazione strategica, ma piuttosto una manovra politica per garantire un flusso costante di fondi verso l’industria della difesa, mentre i governi cercano di mantenere il controllo sulle economie strangolate dalle crisi autoinflitte.
Parallelamente a queste evoluzioni, i leader europei, come il presidente francese Emmanuel Macron, continuano a enfatizzare il pericolo imminente rappresentato dalla Russia. 
Ma all'atto pratico, l'UE sta ora promuovendo kit di emergenza auto-assemblati per i cittadini. 
Tuttavia, nonostante l'atmosfera di allerta e preparazione, le truppe francesi e britanniche non stanno per marciare in battaglia; stanno invece partecipando a missioni di accertamento e provocazione, per valutare come potrebbe evolvere la situazione se il resto dell'UE decidesse di unirsi a loro. 
Dinamica che sembra più un atto simbolico che una vera e propria preparazione alla guerra.
Macron ha promesso che l’intervento di tutta l’UE potrà  ristabilire la pace;  prospettiva del tutto ironica, considerando che inviare truppe in un contesto di conflitto potrebbe esacerbare le tensioni anzichè dipanarle.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è chiaro sulla questione: ciò di cui l'Ucraina ha realmente bisogno sono soldati combattenti, non semplici osservatori €uropei.
In questo  teatro dell'assurdo l'UE sembra preoccuparsi più della scelta  retorica dei termini che delle catastrofiche conseguenze delle proprie azioni.
È paradossale veder calssificare i piani militari promossi dalla megera come dei ritiri spirituali...
Ho colto nel contesto delle affermazioni a rischio TSO da parte dei principali leader €uropei, ne riporto giusto un paio a supporto:
"attacco missilistico di consapevolezza
"barriera di artiglieria olistica".
Questi sono matti! 
Il problema è che hanno assunto un potere decisionale, infrangendo vincoli  di unanimità dettati dalla Costituzione Europea.
L'unanimità, prevede l'accordo da parte di tutti gli Stati membri dell'Unione Europea, costituisce una delle regole di voto vigenti nel Consiglio. Il Consiglio deve votare all'unanimità una serie di settori strategici che gli Stati membri ritengono sensibili.
Questo approccio, quasi caricaturale, mette in evidenza le contraddizioni di una Unione Europea che, in un momento in cui la pace sembra possibile, continua a rincorrere paranoicamente la retorica della guerra.
Si salvi chi può Presidente del Consiglio !


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