di 𝐷𝑎𝑛𝑖𝑒𝑙 𝑆𝑒𝑚𝑝𝑒𝑟𝑒
Quando un adulto fatica a comprendere le priorità emotive, relazionali o ideologiche di un adolescente, o quando un giovane percepisce il genitore come distante o giudice del proprio pensiero, è inevitabile uno scollamento generazionale.
Partendo da questa provocazione di Paolo Bonolis, ho provato a riflettere su cosa separi realmente noi adulti dai nostri figli e su come le parole abbiano oggi pesi e significati differenti a seconda di chi le pronuncia.
Chi è cresciuto negli anni ribelli della Beat Generation, o negli anni del pragmatismo (fede, tradizione, ragione, scienza) della Generazione X, non può non sentirsi dissociato con il mondo iperconnesso della Generazione Z.
Non si tratta di semplici differenze di carattere: sono il prodotto di tempi e contesti storici radicalmente diversi, che hanno visioni totalmente differenti in merito a libertà, identità e futuro. Comprendere le ragioni del conflitto genitore-figlio ci porta dunque a considerare questa "dissociazione" come fenomeno sociale e non individuale.
Lo scollamento esistente tra Generazione Z, Beat Generation e Generazione X non è una semplice divergenza di atteggiamenti, gusti o linguaggi, ma il risultato di tre diversi modi di concepire la vita:
La Beat Generation: la libertà come rottura, strada e ricerca di sé contro le istituzioni.
La Generazione X: la razionalità, il lavoro sodo e la costruzione di una stabilità in un mondo che sembrava ancora solido.
La Generazione Z: la rivendicazione di nuovi modelli di connessione e inclusione, figli di una precarietà globale e tecnologica.
Lo scollamento tra queste generazioni emerge perché ciascuna di esse interpreta l’altra attraverso i propri codici e le proprie esperienze. Noi adulti potremmo giudicare gli attuali adolescenti come eccessivamente ideologicizzati, moralisti o ipersensibili. I nostri figli adolescenti potrebbero giudicarci come insensibili e indifferenti alle questioni climatiche, alle disuguaglianze o alle diverse identità.
In un mondo relativamente stabile, la ribellione potrebbe essere puramente estetica e vissuta senza scontri sociali, ma in un mondo instabile, come quello attuale, diventa forma di rivoluzione collettiva, che tende a profonde trasformazioni strutturali e sociali. Purtroppo, c’è chi approfitta di quest’onda emotiva per ambigui fini e interessi politici, ma questa è un’altra storia, a cui dedicherò probabilmente una futura riflessione.
La naturale difficoltà di giungere a importanti convergenze d’opinione e idee, in questo complesso crocevia generazionale, non deve essere vissuta come un fallimento nel rapporto genitori-figli, ma come un percorso di crescita collettiva, che porta entrambi i ruoli ad ascoltare e comprendersi, senza pregiudizi.
Il tempo e l’esperienza che i nostri figli matureranno nel frattempo riavvicineranno i due mondi, salvaguardando i valori e i princìpi comuni, escludendo i vizi e gli eccessi che hanno caratterizzato entrambe le generazioni.
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