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Remigrazione: il vero problema non è l’accoglienza, ma l’integrazione

 di 𝐷𝑎𝑛𝑖𝑒𝑙 𝑆𝑒𝑚𝑝𝑒𝑟𝑒  

Negli ultimi anni, in Italia, è cresciuta l'immigrazione da Paesi poco sviluppati, che spesso non hanno legami parentali con persone già integrate nel nostro tessuto sociale e culturale.
Situazione che complica notevolmente il necessario processo di integrazione.

Gli immigrati non sono tutti uguali

Non è un’affermazione razzista, è un dato di fatto.
Le intenzioni e le ambizioni degli irregolari che varcano i confini dell’Unione Europea, sono assolutamente differenti per provenienza e cultura.
Esiste un’innegabile differenza tra immigrati senza competenza alcuna, provenienti dal nord e dal centro Africa e immigrati provenienti dalle Filippine o dalla Cina.
Negarlo nuoce alla verità e alla ricerca delle soluzioni.
Non sappiamo esattamente perché, ma all’Italia è stata assegnata l’immigrazione da Paesi che risultano avere un livello di sviluppo umano medio o basso.
Sappiamo, per contro, che il mondo è diviso tra realtà geografiche con indice di sviluppo umano medio e basso (Paesi dell’Africa Subsahariana, India, Pakistan ecc.) e quelli con indice di sviluppo umano medio alto (Stati membri della UE, della Cina, e di “quasi tutta” l’America Latina).
Il nostro Paese, spiace dirlo ma così è, ospita una maggioranza di stranieri provenienti da Paesi con indice culturale medio-basso (percentuale del 68%).
Ma esiste un altro dato, cui non si pone la necessaria attenzione: i giovani immigrati, tra i 18 e i 25 anni che provengono dalle aree meno sviluppate, sono cresciuti esponenzialmente nel numero.
Calano, al contrario, gli immigrati provenienti da Paesi con più alto indice di sviluppo.
É sicuramente esagerato evocare un allarme invasione ma, se parliamo di scarsa propensione all’integrazione sociale e culturale, il fenomeno è sicuramente preoccupante.
Eppure è attraverso il lavoro che si giunge all’indipendenza economica e a una vera integrazione.
Anche chi auspicava un graduale inserimento di cittadini stranieri nati e cresciuti in Italia, dovrà ricredersi.
I fatti evidenziano una notevole resistenza delle nuove generazioni nel sentirsi cittadini Italiani o europei.
Non mi riferisco all’adozione di culture e tradizioni occidentali, sarebbe assurdo pretenderlo, quanto alla conoscenza delle più fondamentali regole civili, dettate dalla nostra Costituzione.
Altro dato preoccupante: decolla  il numero di nigeriani e ivoriani, quasi tutti giovani e maschi, “residenti” (si fa per dire) soprattutto a Torino, Bologna, Roma e Padova.
Giovani in possesso di permesso di soggiorno, che hanno diritto a un assegno sociale per stranieri non lavoratori, ad assistenza legale, servizi sanitari e alloggio gratuiti.
Se da un lato questo assistenzialismo è un esempio di civile accoglienza e ospitalità, dall’altro risulta non essere fattore motivante per la ricerca e la disponibilità all’occupazione.
Eppure mancano dei ruoli operativi nelle nostre realtà urbane, soprattutto in ambito ecologico e del mantenimento del verde pubblico…
In un mio viaggio in India mi venne fatto notare come gli immigrati dell’Afghanistan, del Myanmar, dello Sri Lanka, del Pakistan e del Bangladesh venissero impiegati in lavori di conservazione dei parchi e delle aree verdi.
Una dignitosa opportunità di guadagno che può introdurre nel mondo del lavoro (come hanno fatto molti di noi in giovane età).
È chiedere troppo?
Vi assicuro che motivare un immigrato nella ricerca del lavoro e fargli comprendere la nostra complessa struttura sociale, può dar vita a piccoli miracoli.
Al contrario, l’assistenza gratuita, a tempo indeterminato, favorisce una pigra accettazione della condizione in essere e, in alcuni casi, favorisce la microcriminalità come fonte di reddito.
Stiamo gradualmente assistendo, anche in Italia, alla creazione di ghetti etnici che finora ci eravamo risparmiati.
È l’effetto indesiderato di una mancata programmazione dell’accoglienza, che ti accoglie sulla soglia di casa, ti offre il minimo necessario per la sopravvivenza, ma non fa nulla per integrarti e ottenere in cambio delle garanzie.
Se lo Stato intende assistere passivamente ai sempre più frequenti episodi di violenza e degrado, provocati da bande di giovani e meno giovani immigrati, si rischia una resistenza civile che non promette nulla di buono.
L’immigrazione e l’integrazione vanno sostenute, ma devono sussistere delle regole ben chiare…
Chi non le rispetta deve perdere i diritti acquisiti e chi si rende colpevole di reati gravi non merita l’accoglienza offertagli.

Spazio alla remigrazione dunque
"per chi ha intenti diversi " e non intende integrarsi.

 

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