💬🚪❓Quando parlare serve a selezionare: chi ha diritto di entrare nella conversazione?
di Daniel Sempere
In quel mentre non capisci se
ti trovi di fronte a un collega d’ufficio o sei stato scelto come l’involontario
protagonista di una simulazione, in cui viene utilizzata una lingua che
somiglia alla tua, ma con strutture e registri completamente diversi.
💬🏗️🚪📖È qualcosa di più sottile: un processo di riqualificazione del linguaggio. Le parole semplici, quelle che da sempre svolgono il loro lavoro senza chiedere troppo, vengono progressivamente sfrattate. Al loro posto subentrano termini più eleganti, tecnicismi e anglicismi più sofisticati, spesso indecifrabili. Un linguaggio non necessariamente più preciso, certamente più "trendy".
🫢Ops, volevo dire più attuale!
Quando, al contrario, il linguaggio smette di essere un luogo accessibile a tutti e comincia ad assomigliare a un quartiere riqualificato, curato, affascinante, ma meno accessibile, sono in molti a sentirsi esclusi o fuori luogo.
E allora viene il dubbio che
non stiamo più parlando per capirci, ma per distinguerci, per farci
riconoscere. E chissà, forse, per selezionare chi deve rimanerne fuori.
Il
fenomeno non si limita alle riunioni aziendali. Si infiltra con una certa
disinvoltura nel quotidiano più ordinario: nelle email del servizio clienti,
nei siti di e-commerce, nelle presentazioni di startup, nei
discorsi sulla "transizione digitale". Ambiti che dovrebbero chiarire, facilitare,
spiegare e che, al contrario, spesso finiscono per complicarne o impedirne la comprensione.
Un tempo si diceva "fare squadra", oggi si fa "team building per il
posizionamento degli stakeholder".
È cambiata
la sostanza o abbiamo solo alzato l’approccio linguistico in funzione classista?
Viene il sospetto che, a parità di contenuto, la difficoltà espressiva funzioni come una sorta di arredo di design: non serve davvero, non è essenziale, ma comunica chi tu sia. Finché resta un vezzo linguistico, possiamo anche sorridere. Il problema sorge quando questo imborghesimento linguistico smette di essere atteggiamento e diventa una barriera strutturale. Quando il linguaggio non si limita più a decorare la realtà, ma finisce per ridefinirla con regole e parametri non facilmente condivisibili.
⚖️📖🌍In tal caso la questione si fa meno ironica e decisamente più concreta.Succede, per esempio, nel diritto internazionale e nel linguaggio giuridico.
Ambiti
in cui le parole non sono casuali, ma una necessità. Contesti in cui l’utilizzo
dei termini può trasformarsi in distanza: testi costruiti con una cura quasi
chirurgica, eppure spesso incomprensibili. Questa barriera linguistica non costituisce
solo un ostacolo verbale, diventa questione estremamente delicata quando si
parla di diritto internazionale, dove un aggettivo può spostare i confini di un
intero Stato. (Ne parlavo nel mio editoriale "L'eclissi
della legalità globale nell'era dei nuovi conflitti" )
Impossibile non notare come, in questi casi, il linguaggio non sia più un ponte tra istituzioni e cittadini, bensì una barriera opaca che tutela l’autoreferenzialità delle istituzioni invece di garantire trasparenza…
💬🚪⚖️❓A quel punto, la domanda iniziale ritorna
ma con un peso specifico: stiamo davvero parlando per capirci
o stiamo costruendo, parola dopo parola, un lessico che seleziona, filtra,
e decide chi ha diritto di entrare nella conversazione?

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