di Daniel Sempere
L’ultima volta che partecipai a una messa era marzo 2020, in pieno regime di distanziamento per il Covid-19.
Arrivai in chiesa con mia moglie, mia figlia Chloe e mia suocera. Volantini con le procedure ovunque, banchi contras- segnati da due pallini alle estremità. Provammo a sederci in quattro, ma un’incaricata ci corse incontro: non si poteva, solo due persone per banco, disposte agli angoli.
Pensai a uno scherzo, ma la sua serietà mi fece capire che era tutto vero.
Pochi minuti prima avevamo condiviso la stessa casa, lo stesso tavolo, la stessa auto.
Durante la messa rimasi assente.
Solo mia suocera era vaccinata.
Quelle regole mi turbarono nello spirito e nella ragione.
Da quel giorno qualcosa è cambiato nella fiducia che riponevo in alcune istituzioni. Ma non fu solo sfiducia.
Da quel giorno qualcosa è cambiato nella fiducia che riponevo in alcune istituzioni. Ma non fu solo sfiducia.
⛓️🧠📋 Fu la sensazione di essere entrato in una gabbia emotiva: le regole non discutevano più la realtà, la realtà veniva piegata alle regole. E chi provava a dire "ma noi siamo la stessa famiglia" veniva corretto, non ascoltato.
Oggi quella gabbia non si è aperta. Ha semplicemente cambiato forma.
La ferita più profonda lasciata dalla pandemia potrebbe non essere nei corpi, ma nella nostra capacità di immaginare l’esperienza dell’altro. Di fronte a una minaccia invisibile, abbiamo imparato a sospettare più che a comprendere. Così, chi si è vaccinato fatica a comprendere le ragioni di chi non l’ha fatto, e viceversa.
Non è solo disaccordo, è un preoccupante limite di empatia. Ciascuno resta chiuso nella propria gabbia di ragioni, paure, ricordi. E da lì guarda l’altro come un estraneo, a volte come un nemico.
🏷️🔒🗣️ Non ho perso totalmente la mia fede, ma è diversa: più cosciente, più intima. Non mi riconosco nell’etichetta "no-vax", perché quelle etichette sono esattamente le sbarre delle nostre gabbie. Servono a non ascoltare, a non capire.
Si può convivere con le cicatrici, purché ci ricordino gli errori del passato. Ma convivere con le gabbie emotive è altra cosa: significa accettare che l’altro non potrà mai capirmi, e io non potrò mai capire lui.
Forse questa è la vera eredità della pandemia: non la malattia, non i divieti, ma la difficoltà a tornare a credere che valga la pena ascoltarsi.
La prossima sfida dell’umanità non sarà tecnica, né medica; comporterà l'uscire dalle proprie gabbie empatiche e tornare a dirsi:
🤝✨🕊️ "Non so cosa hai vissuto, ma voglio provare a immaginarlo."
Anche verso chi ha scelto diversamente da me...
#Riflessioni #SocietàDigitale #Umanesimo #Empatia #Cultura
Daniel Sempere (nom de plume) è un osservatore delle dinamiche sociali e digitali. Analizza l’umanesimo nell'era del silicio per una platea internazionale tra Europa e Stati Uniti.
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